In un'intervista al quotidiano argentino Pagina 12, il medico ed esperto di agro-ecologia Ezequiel Arrieta spiega come, nonostante sia difficile parlare di vegetarianesimo in Argentina, un'alimentazione basata su prodotti di origine animale sia fallimentare per ragioni economiche, sanitarie e ambientali

in collaborazione con – EchiS Incroci di Suoni 

Parlare di scelta vegetariana in Argentina è un po’ come presentarsi in pigiama ad una festa di gala, ma questo non significa che nel paese non esista un dibattito. Con vastissime parti di territorio destinate all’allevamento, l’Argentina ha fatto della carne l’indiscutibile base del proprio sviluppo economico. Carne di vacca principalmente, senza però trascurare il maiale e il pollame; carne che in ogni caso costituisce il principale elemento della dieta nazionale, tanto da sollevare ondate di sdegno e disapprovazione non appena venga messa nel piatto l’ipotesi di diventare vegetariani.

Lo sa bene Ezequiel Arrieta, medico ed esperto di agro-ecologia, recentemente intervistato dal quotidiano argentino Pagina 12. “E’ davvero difficile parlarne o discuterne in pubblico” spiega, “perché la gente ha molti pregiudizi.” Propulsore della necessità di fondare l’agro-ecologia su evidenze scientifiche Arrieta ha dedicato parte della sua carriera alla ricerca di prove sull’inefficienza di un modello di sviluppo che a livello globale sia basato sulla carne. Nel suo libro Vegeterianismo en el débate politico, uscito nel 2014, si dedicato a illustrare nel dettaglio come l’alimentazione basata su prodotti di origine animale sia fallimentare per ragioni economiche, sanitarie e ambientali.

“A partire dagli anni 60” spiega il medico a Pagina 12 “con la cosiddetta rivoluzione verde il consumo di carne nel mondo si è quintuplicata”. L’esplosione, continua, ha creato grandi squilibri perché, a partire da allora, è stato necessario nutrire gli animali destinati all’industria alimentare e si sono prodotte situazioni come quella dell’Argentina dove circa il 70 per cento delle terre agricole sono destinate alla coltivazione di cereali da mangime. “E’ una proporzione spaventosa” dice Arrieta. “In Argentina, quando c’è bisogno di più terra per le giovani mandrie si avanza su ettari prima coperti di boschi o destinati all’allevamento tradizionale. Senza contare le emissioni di gas serra che producono gli animali e gli impatti sulla salute che hanno i grandi quantitativi di antibiotici dati alle vacche così come agli altri animali”.
Al di là di quanto accade in Argentina, il medico è sicuro che sia necessaria una rapida conversione nella mentalità e nella politica a livello globale. Il modello agro-ecologico, spiega a Pagina 12 è un’alternativa praticabile.
Si tratta di applicare l’ecologia alla produzione di alimenti; considerare gli agro-ecosistemi come entità di cui prendersi cura con molta attenzione e conoscenza; tornare alla conoscenza dei territori e delle piante, per capire in ogni singolo contesto quale siano le specie più adatte all’alimentazione umana e in equilibrio con l’ambiente”.
Negli ultimi anni, conclude Arrieta, la FAO ha introdotto il concetto di dieta sostenibile, un termine in realtà molto vago e che la stessa organizzazione mondiale per l’alimentazione non ha saputo ancora definire con esattezza. Quando parlano di dieta sostenibile, gli esperti intendono allo stesso tempo una dieta eco friendly; una dieta che permette un uso efficiente delle risorse naturali, una dieta che è culturalmente accettabile, economicamente accessibile e che genera impatti sanitari positivi
“Un concetto molto ampio, anche perché la dieta sostenibile della Cina non sarà la stessa di quella del Perù e allo stesso modo quella di Buenos Aires non sarà la stessa di quella di una qualsiasi altra provincia argentina. Quello su cui però gli esperti concordano è che per essere sostenibile una dieta deve avere un basso contenuto di carne, di uova e di prodotti caseari, mentre sul versante vegetale la priorità andrebbe data ai legumi e cereali; ai semi e alla frutta.

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