cibi ionizzati promossi bocciati quotidiano sostenibile

La ionizzazione dei cibi consiste nel trattare i medesimi con raggi gamma, raggi X e fasci di elettroni. Sì, avete letto bene: radiazioni. Niente paura però, quelle utilizzate sono basse, non dovrebbero comportare nessun pericolo, difatti questa pratica è stata dichiarata “sicura” dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) nel ’95.

Il primo al mondo ad utilizzare questa tecnica in campo alimentare fu l’esercito statunitense che negli anni ‘40 irradiò degli hamburger per ridurne il processo di deterioramento. Oggi, ad ormai 70 anni dai primi utilizzi, la ionizzazione alimentare è ampiamente praticata.

La ionizzazione permette di:

  • Inibire gli enzimi che danno luogo al processo di degradazione e le spore che causano il deperimento dei cibi
  • Inattivare il materiale genetico delle cellule batteriche e di altri microorganismi patogeni e parassiti presenti uccidendoli e inibendone la riproduzione
  • Sterilizzare il cibo ritardando un deterioramento organolettico
  • Eliminare l’utilizzo di sostanze artificiali come pesticidi o erbicidi banditi perché cancerogeni
  • Ridurre le ripercussioni delle malattie di origine alimentare diminuendo così la presenza di organismi patogeni presenti nel cibo
  • Contrastare il processo di maturazione, a crescita o germinazione precoce e disinfestazione dei prodotti di origine vegetale.

La sua regolamentazione avvenne per la prima volta a livello europeo, nel 1999. All’interno dell’allora Comunità Europea, il Parlamento Europeo congiuntamente al Consiglio approvava le Direttive quadro 1999/2/CE e 1999/3/CE (recepite in Italia con il decreto legislativo numero 94 del 30 gennaio 2001).

A distanza di sedici anni le due direttive costituiscono ancora un punto di riferimento in materia di diritto alimentare. Esse infatti, volendo tutelare il consumatore e guidarlo nella sua scelta consapevole, sanciscono l’obbligatoria presenza della dicitura “irradiato” o “trattato con radiazioni ionizzanti” in etichetta e, quando il prodotto è venduto sfuso, la dicitura deve essere allegata ad un foglietto o cartello posto al di sopra o affianco al recipiente che lo contiene. Le direttive, oltretutto, forniscono delle liste di cibi che possono essere trattati con radiazioni ionizzanti ed aggiungono anche la quantità che il singolo individuo può assumere. Ruolo importante durante la fase di controllo di questi cibi, è svolto dall’Istituto Superiore della Sanità. Lo stesso effettua, nel rispetto delle norme UE, dei controlli attraverso “metodi di screening” e di “metodi di conferma” al fine di garantire la sicurezza degli alimenti irradiati dal punto di vista salutare-scientifico, presenti nel mercato.

Attualmente all’interno dell’Unione vi sono 26 impianti di irradiazione situati in 14 Stati Membri: 5 in Francia, 4 in Germania, 2 in Bulgaria, Paesi Bassi, Polonia, 1 in Belgio (attualmente paese leader nella ionizzazione alimentare con circa il 70% di cibi ionizzati), Repubblica Ceca, Estonia, Croazia, Italia Ungheria, Romania, Regno Unito.

Il 25 novembre 2016, nel rispetto delle direttive Europee menzionate poc’anzi, dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) e del Codex Alimentarius, la Commissione nella “Relazione, della Commissione al Parlamento Europeo e Consiglio sugli alimenti e sui loro ingredienti trattati con radiazioni ionizzanti per l’anno 2015” ha illustrato l’analisi relativa al controllo di una partita di cibi ionizzati pari a 5685 tonnellate. L’80% della produzione proveniva dal Belgio e dai Paesi Bassi ed era composta da: 54,7% cosce di rana; 16,10% alle erbe aromatiche, spezie, condimenti vegetali essiccati; 15,6% pollame; 8,53% ortaggi e frutta essiccati; 4,19% sangue, plasma e coagulati essiccati; 0,95% gamberetti decorticati o decapitati congelati, 0,02% albume d’uovo. Durante i test, il 97% della partita ha rispettato gli standard UE mentre l’1,7% è risultato non conforme e solamente l’1,1% è risultato dubbio.  Infine è stato sottolineato che il medesimo problema si era già verificato negli anni precedenti poiché l’etichetta riportata non era corretta, la procedura di ionizzazione non è autorizzata o la stessa veniva effettuata in impianti non UE. Ricordiamo che ex direttiva 1999/3/CE all’interno dell’etichetta (unico elemento chiave con il quale il produttore si presenta al suo acquirente) i prodotti, contenenti uno o più elementi irradiati, devono arrecare le parole “irradiato” o “trattato con radiazioni ionizzanti”.

L’Unione Europea vuole continuare a sentirsi unita e cerca da ormai molti anni, di armonizzare (cioè adattare, accorpare) le diverse normative nazionali attraverso la creazione di un corpus legislativo comune che possa essere condivisibile da tutti. Anche e soprattutto nel campo dell’alimentazione che sta prendendo sempre molti più consensi.

Oggi l’Europa sembra essere ancora molto scettica relativamente a questa pratica che sta spopolando negli States e in Asia dove è presente una legislazione molto più permissiva.

Il punto chiave si individua nella volontà dell’Unione di voler mettere il consumatore al centro e nel volergli instillare una consapevolezza sempre maggiore, rispettando il principio “dai campi alla tavola” – “from farm to fork”. Quasi in un’ottica illuministica il legislatore europeo sembra perdere i legami con le società, le imprese ed il capitalismo per riportare il focus sul consumatore la cui tutela torna ad essere il fulcro delle normative europee poiché unico e vero destinatario del prodotto finale

Il consumatore europeo, rispetto al consumatore statunitense o asiatico, sembra voler entrare nel merito delle cose, sembra volerne sapere di più. Il tema della ionizzazione è apparso particolarmente delicato e ha dato vita anche a molteplici discussioni. .

Questa linea così rigida vuole forse dirci che queste tecniche avanguardiste sono in realtà insidiose, per non dire pericolose? Quindi, è forse questa posizione dell’Europa che ci rende così scettici e ci fa porre determinati interrogativi?

 

FONTI

Direttiva 1999/2/CE
Direttiva 1999/3/CE