La produzione di riso biologico cresce: vantando oltre 300mila quintali, la Lombardia si guadagna i gradino più alto del podio, lasciando al Piemonte la seconda posizione. A fronte di una resa pari o addirittura superiore rispetto alle coltivazioni tradizionali, i risicoltori denunciano presunte irregolarità tra i produttori bio, sottolineando la possibilità che qualcuno voglia arricchirsi col biologico continuando illegalmente a fare uso di diserbanti: distinguere un chicco biologico da uno “tradizionale” risulta difficile. I controlli ci sono ma sono ad oggi inefficaci.

Nel dicembre 2014 i giornalisti di Report portano a conoscenza del grande pubblico un problema che era già noto da tempo tra i risicoltori: l’impossibilità di garantire, nel sistema di controlli attuale, che il riso bianco biologico sia stato effettivamente coltivato senza l’utilizzo dei pesticidi convenzionali.

Molti produttori negli ultimi anni hanno scelto di convertire al bio una buona parte della loro produzione a fronte di un maggior guadagno (circa tre volte tanto rispetto al riso da coltura tradizionale). Ma i numeri non tornano. I produttori di riso convenzionale accusano i produttori bio di utilizzare le stesse tecniche utilizzate  nell’agricoltura tradizionale, viste le rese di produzione tanto alte da essere del tutto simili a quelle da agricoltura non bio. Il problema di fondo sta nell’insufficienza dei controlli messi in atto dagli enti preposti. L’ipotetico uso di diserbanti non è rintracciabile nel momento in cui il chicco subisce un processo di raffinazione e viene decorticato. Il diserbante non arriva quasi mai al chicco e comunque degrada nel giro di pochi giorni. Anche sul campo quindi, la presenza di diserbanti non ammessi non è rintracciabile se non nei giorni in cui avviene il diserbo.
Inoltre gli agricoltori del Piemonte non erano soggetti alla rotazione dei terreni (in attuazione del principio comunitario secondo il quale la fertilità del suolo e la prevenzione delle malattie delle piante è mantenuta mediante il succedersi nel tempo della coltivazione di specie vegetali differenti sullo stesso appezzamento) poiché nel 2010 una delibera della regione aveva cancellato quest’obbligo per la coltura del riso rendendola di fatto una monocultura.

Ma cosa è cambiato nel frattempo?

Poco. La Regione Piemonte, con una nota del dicembre 2014 (n. 1634) ha reintrodotto l’obbligo di rotazione almeno ogni tre cicli, a partire dal 2015. Ma il problema è tutt’altro che superato poiché il sistema dei controlli previsti per legge resta ad oggi inadeguato.

Il rischio è quello di penalizzare gli agricoltori che il biologico lo coltivano davvero. La scelta migliore resta quella di acquistare riso integrale biologico, più salutare e meno soggetto a possibili frodi.