orti urbani in spagna

Che il fenomeno degli orti urbani in Spagna sia una diretta conseguenza della crisi economica oppure il contrario, non è chiaro. Sta di fatto che la loro diffusione è inarrestabile, non senza qualche polemica.

Il fenomeno huertos

Prima c’è stata la voglia di verde, di vedere crescere un pomodoro di cui si è piantato il seme, e poi la necessità concreta di rispondere alla crisi economica. O forse prima c’è stata la crisi e poi la tendenza agro-ecologica, che qualcuno etichetta come una moda. Sta di fatto che il fenomeno degli orti urbani in Spagna, dal 2006 è cresciuto vertiginosamente e oggi non c’è praticamente città o cittadina che non abbia la propria rete di Huertos e di direttive comunali a regolare il fenomeno.

Da Madrid a Siviglia passando per centri industriali e meno conosciuti come Logrogno, i cittadini coltivatori sono spesso iscritti in liste gestite in accordo con le autorità comunali o altre volte sono auto-organizzati, avendo deciso autonomamente di ridare vita a terreni abbandonati in quartieri o aree marginali. Un modo per passare il tempo, per ritrovare un po’ di verde, per stringere nuove relazioni ma anche per alleggerire il portafogli.
Dicono le statistiche che se nel 2006 esistevano 2.492 orti cittadini in tutto il paese, nel 2014 si era passati a 15.243, con un’estensione di terreni dedicati alla coltivazione che si era moltiplicata per 7, fino ad arrivare a 1,5 milioni di metri quadrati seminati e oltre 200 città coinvolte.

Al di là dei dati, che potrebbero non tenere in conto il “settore informale” del fenomeno, la popolarità è indubbia e i motivi vanno ricercati nella capacità di sapere rispondere in un colpo solo a tante esigenze diverse. “Ci sono benefici economici, sociali, ambientali e infine effetti positivi sulla salute delle persone” spiega Raul Puente uno dei principali esperti, scrive il Correo de Andalucìa in materia di orti urbani. “Gli orti migliorano la salute fisica e lo stato psicologico delle persone e in generale la qualità della vita grazie ad un’alimentazione salutare e al rafforzamento di conoscenze intergenerazionali nel quartiere”.

Nell’intervista rilasciata al quotidiano andaluso Puente sottolinea in particolare l’effetto “terapeutico” che hanno avuto gli orti a seguito del drammatico aumento della disoccupazione con la crisi del 2008. Il fatto di uscire di casa per andare a zappare e di evitare l’isolamento sono un ottimo antidoto contro l’abbrutimento cittadino, soprattutto nel momento in cui si perde il lavoro. Senza contare che in una situazione di instabilità economica, e di precarietà alimentare, l’autoproduzione è anche un modo per spendere di meno.

Le polemiche

E tuttavia proprio la possibilità di mangiare il proprio pomodoro coltivato in quartiere è al centro di polemiche in Spagna, soprattutto a seguito di una ricerca dell’Università di Vigo e di una serie di articoli che hanno sollevato l’indignazione e le dure repliche di reti e ortolani urbani. A cominciare da quel “Gli orti Urbani sono un pericolo per la salute pubblica”, articolo recentemente apparso sul quotidiano online Magnet, nel quale si punta il dito contro la tendenza a piantare ortaggi un po’ dove capiti e sul fatto che non esista nessun tipo di controllo sui prodotti, “al contrario di quanto avviene nei supermercati”.

“Un articolo allarmista e che manca di rigore” secondo il blog della rete urbana degli orti di Madrid che ricorda come un recente studio sui terreni di 5 orti della capitale ha rivelato che in nessun caso c’era un rischio di tossicità. Un problema, si sottolinea, che però non va sottovalutato. “Nessuno dice che gli orti urbani siano perfetti” si legge sul blog; “se si decidesse di coltivare sull’M30 (la tangenziale di Madrid) questo presenterebbe dei problemi. Anche per questo abbiamo promosso una collaborazione con il Politecnico per un controllo continuo sull’inquinamento”.

Del resto è anche vero che uno dei problemi degli orti cittadini in Spagna è che i suoi prodotti vadano a ruba. In molte città la tendenza al furto degli ortaggi allarma Comuni e gestori e in diversi casi si è deciso di rispondere con reti e palizzate. “Che ne sarebbe però”, si chiede l’esperto Puente “dell’antidoto sociale contro isolamento e marginalizzazione? ”.

in collaborazione con  EchiS – Incroci di Suoni