Il caffè si ottiene dalla macinazione dei semi di alcune piante appartenenti alla famiglia delle Rubiaceae, che comprende oltre 600 generi e 13.500 specie di piante, di cui se ne utilizzano a livello commerciale principalmente due specie: l’arabica (Coffea arabica) e la robusta (Coffea canephora).

La bevanda ha proprietà eccitanti ed è consigliabile farne un uso moderato poiché, se consumato quotidianamente provoca assuefazione e oltre certe dosi può indurre alterazioni del ritmo cardiaco.

In Italia se ne consumano mediamente 37 kg a famiglia e prima che fosse sorpassato da altri prodotti industriali è stato per molti anni la seconda voce di vendita a livello internazionale dopo il petrolio.
Per la sua coltivazione vengono generalmente utilizzati pesticidi pericolosi che danneggiano l’ambiente e la salute dei braccianti. Seppure le quantità di residui di tali pesticidi non raggiungano livelli allarmanti nel prodotto finito, alcuni scienziati ritengono che anche piccole quantità siano dannose per la salute del consumatore finale.

Nel mondo sono circa 25 milioni i lavoratori coinvolti nella coltivazione del caffè. Generalmente la coltivazione del caffè è operata da grosse multinazionali e spesso implica sfruttamento e oppressione di braccianti e contadini costretti in molti casi a orari di lavoro estenuanti, salari da fame, sfruttamento del lavoro minorile.  I diretti sfruttatori dei braccianti, che sono i piccoli proprietari terrieri, sostengono di essere essi stessi vittime di sfruttamento da parte delle multinazionali.

I maggiori produttori mondiali sono il Brasile, il Vietnam, la Colombia e l’Indonesia.
Nel 2003, il prezzo della qualità arabica sul mercato internazionale era di 40 dollari per cento libbre, meno della metà dei costi medi di produzione, circa 90 dollari (il commercio equo-solidale nello stesso anno lo pagava più di tre volte tanto, 141 dollari per 100 libbre). Ciò è dovuto in parte alle speculazioni finanziarie che, allo scadere di un accordo tra paesi produttori e consumatori avvenuto nel 1989, hanno di fatto comportato una caduta dei prezzi che dal 1980 al 2002 sono calati del 70%.
Secondo l’ONG Oxfam, nei primi anni novanta, il valore commerciale globale del caffè era di circa 30 miliardi di dollari, di cui 12 miliardi rimanevano ai paesi d’origine; tra il 2000 e il 2001 era arrivato a 65 miliardi, di cui solo 5,5 miliardi restavano ai paesi produttori. Se un pacchetto di caffè al supermercato viene pagato dai 2 ai 3 euro, di questi, 21 centesimi circa vanno alla distribuzione, 49 al torrefattore, 13 all’importatore, 10 in tasse e solo 5 centesimi tornano al paese di origine e vengono divisi tra esportatori, mercanti locali e contadini, che incassano non più di due centesimi. La grossa fetta va dunque ai torrefattori  che molto spesso sono anche gli importatori. Tra i principali soggetti che svolgono tale funzione troviamo Nestlé , Kraft , Sara Lee, Smucker e Starbucks, che assieme controllano il 40% del mercato mondiale. Le repentine variazioni a cui i prezzi del caffè sono soggetti per via delle speculazioni, inoltre, rappresentano motivo di grave crisi per intere comunità, e impediscono ai contadini di programmare gli investimenti.
Per evitare di incoraggiare questo sistema di sfruttamento è possibile acquistare il caffè dal commercio equo e solidale, che aggirando l’intermediazione delle multinazionali, acquista direttamente da produttori locali pagandoli mediamente tre volte tanto.

Fonti:

wikipedia
https://news.bbc.co.uk
Guida al consumo critico. Ed. Nuovo modello di Sviluppo