Come far sì che tutti abbiano cibo sufficiente? Si può sprecare meno? Si può diventare più sostenibili attraverso il cibo? Ma soprattutto come si può sfamare una città in modo equo e sostenibile, senza depauperare risorse scarse?

Nell’anno dell’Expo il Comune di Milano vuole dare risposta a queste domande attraverso l’adozione di una Food Policy, ovvero “uno strumento di supporto al governo della città costruito attraverso la mobilitazione, il dialogo e il contributo attivo di un’ampia serie di attori sociali, economici e istituzionali per qualificare e rendere più sostenibile la città stessa partendo dalle tematiche legate al cibo“. Il cibo infatti incrocia molte dimensioni dell’agire umano e della società e la sicurezza alimentare viene considerato “un tema cruciale per garantire uno sviluppo sostenibile”. Le dimensioni prese in considerazione fanno parte del ciclo alimentare propriamente inteso come la coltivazione, la distribuzione e il consumo di cibo, i relativi rifiuti e il loro trattamento. Altre invece riguardano quegli aspetti che influenzano il ciclo alimentare stesso o sono influenzati da esso: i fattori ambientali e territoriali della produzione, le culture e gli stili di vita, il benessere, le economie connesse, la ricerca e le infrastrutture.
Il percorso, culminato con una delibera comunale il 6 ottobre,  è iniziato più di un anno fa con un’analisi del sistema alimentare cittadino sulla base di dieci questioni che sintetizzano la complessità del mondo del cibo a Milano: governance, educazione al cibo, sprechi, accesso, benessere, ambiente, agrosistema, produzione, finanza e commercio. L’individuazione delle cosiddette questioni ha permesso di evidenziare “l’interdipendenza tra i molti fenomeni legati al cibo, per favorire la promozione di azioni innovative” in un contesto, quello milanese, caratterizzato da una pluralità di attori eterogenei e da forti criticità come ad esempio la presenza di 108mila famiglie in condizioni di povertà relativa.
In tal senso alcune delle azioni individuate prevedono la fornitura di prodotti di qualità, locali e sostenibili nelle strutture pubbliche, nei mercati rionali, con acquisti collettivi e “mezzi itineranti”, aprendo le mense scolastiche agli anziani del quartiere e”destinando tutte le aree agricole pubbliche alla produzione di tipo professionale, per autoconsumo e piccolo commercio di zona”. Ed è puntando sugli orti urbani (ne sono stati censiti 758 che vanno ad aggiungersi a 120 orti didattici) e quindi sulla possibilità di coltivare in città, dai terrazzi ai campi verticali, che si fonda l’obiettivo del Comune di Milano di promuovere la sostenibilità del sistema alimentare, cercando di preservare quel che rimane della superficie agricola milanese (passata dal 49,2% del 1955 al 19% del 2014) aumentando i mercati dei contadini e le reti di acquisto solidale.
In quest’ottica l’educazione al cibo costituirà un fattore chiave, in cui il Comune – in partnership con gli attori del territorio, come i distributori ortofrutticoli, le aziende agricole, gli orti didattici e le scuole – definirà linee guida sulle diete sostenibili che verranno comunicate attraverso campagne di sensibilizzazione e informazione “nei mercati, nelle proprie sedi decentrate, nelle residenze pubbliche, con un’attenzione particolare rivolta ai bambini, ai migranti, alle badanti e alle baby sitter“.

L’adozione da parte del comune di Milano della Food Policy ha anticipato di qualche giorno la firma del Milan Urban Food Policy Pact, il patto internazionale per rendere i sistemi alimentari urbani e sostenibili, proposto proprio dalla Città di Milano e che verrà firmato da più di 100 città di tutto il mondo oggi giovedì 15 ottobre.

 

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Le 10 questioni della Food Policy
Il piano-cibo di Milano: mense a chilometro zero e orti affidati alle famiglie in difficoltà – La Repubblica