Che cosa significa esattamente sostenibilità? A spiegarci il rapporto tra cibo, ambiente e la nostra salute è il dottor Gary Adamkiewicz, professore di Salute Ambientale presso la Harvard School of Public Health.

Le decisioni che prendevamo sul cibo si fermavano allo scaffale: vedevamo qualcosa che ci piaceva, la compravamo, la consumavamo e non pensavamo a molto altro se non a soddisfare il nostro appetito. Oggi invece cerchiamo di guardare un po’ più in là dello scaffale, per capire da dove proviene quel cibo e come è stato prodotto.
Nel 2015 la storia del nostro cibo è diventata importante quanto il suo sapore, è uno degli aspetti principali di questa storia è la sostenibilità. La sostenibilità alimentare è un tema di crescente importanza che va di pari passo all’aumentare delle preoccupazioni che riguardano l’ambiente. Ma che cosa significa esattamente sostenibilità? A spiegarci il rapporto tra cibo, ambiente e la nostra salute è il dottor Gary Adamkiewicz, professore di Salute Ambientale presso la Harvard School of Public Health. Gli ambiti di ricerca del Dr. Adamkiewicz vertono sul tema  “il cibo e il nostro futuro ” e su come le decisioni che prendiamo ogni giorno in fatto di alimentazione hanno delle conseguenze a livello personale, locale e globale.

Per iniziare, ci può esattamente spiegare cosa si intende per sostenibilità? E’ un concetto ampio, come lo definirebbe?
Sono d’accordo, è un concetto ampio e senza una definizione universale. Il concetto nasce dall’esigenza di esaminare gli effetti a lungo termine delle attività umane nei confronti del pianeta e di noi stessi. Le risorse naturali e la qualità dell’ambiente infatti non possono essere sfruttate indefinitamente senza che questo abbia conseguenze per l’economia globale, la salute umana e gli ecosistemi che sostengono la vita. L’aspetto più critico legato al tema della sostenibilità è certamente quello del cambiamento climatico, causato prima di tutto dal nostro storico e perdurante consumo di combustibili fossili. La sostenibilità è diventata sempre più spesso un obiettivo specifico delle politiche pubbliche, delle strategie aziendali e delle decisioni che ogni giorno tutti noi prendiamo. A livello pratico questi obiettivi vengono raggiunti quantificando, da un lato, l’utilizzo di risorse e di energie non rinnovabili in relazione alle nostre attività e ai nostri consumi, dall’altro agendo di conseguenza, modificando cioè comportamenti e pratiche al fine di ridurre tali impatti.

Quanto è sostenibile il nostro sistema alimentare?
Ci sono decisamente dei motivi di preoccupazione. Il nostro moderno sistema di approvvigionamento alimentare globale è un fattore di stress per i sistemi naturali a livello locale, regionale e globale. L’aumento della popolazione mondiale sicuramente incide, ma al centro della questione sulla sostenibilità vi sono anche altri aspetti, come ad esempio il modo in cui cresciamo, il trasporto e il processo di produzione del cibo. Come detto, le preoccupazioni maggiori riguardano gli impatti a livello di cambiamento climatico, la scarsità e la qualità dell’acqua, l’inquinamento atmosferico, la biodiversità e la qualità del suolo.

Anche le diete moderne minacciano la capacità di sostenere noi stessi: è stato stimato che oltre il 14% delle malattie croniche negli Stati Uniti è correlato all’alimentazione, dato non insolito tra i paesi ad alto reddito e che comunque non tiene conto di altri effetti legati all’alimentazione come obesità, ipertensione e alti livelli di colesterolo  e glucosio nel sangue. Parallelamente a questo consumo eccessivo e a questo spreco, 900 milioni persone nel mondo sono denutrite: questa disconnessione è allarmante.

Lei si occupa di temi molto vasti come alimentazione, salute, degrado ambientale, cambiamento climatico e sostenibilità. In base alle sue ricerche che cosa dovremmo cambiare in fatto di decisioni alimentari, a livello sia personale che globale? Tenedo conto delle implicazioni ambientali, ci sono cibi che dovremmo consumare maggiormente o che dovremmo evitare?

Se analizzate gli impatti ambientali causati dai singoli alimenti, ci sono alcuni aspetti ricorrenti. Uno di questi è il ruolo che il bestiame svolge a livello di emissioni di gas serra, di danni ambientali, di utilizzo dell’acqua e del suolo. Un rapporto delle Nazioni Unite 2013 ha infatti stimato che, a livello mondiale, il settore zootecnico è responsabile del 14% di tutte le emissioni di gas serra, paragonabile cioè alle emissioni di tutte le automobili, camion, autobus e altri mezzi di trasporto. Se si mettono in correlazione tali preoccupazioni con il dato di fatto che una dieta ricca di vegetali e carne magra è la cosa migliore per la salute, si può logicamente concludere che una riduzione dei consumi di carne bovina ha un senso sia per voi che per il pianeta.

Desidera sfatare alcuni falsi miti che ruotano attorno ai problemi alimentari e al tema della sostenibilità? Ad esempio lei ha scritto che mangiare locale non è sempre una scelta eco-compatibile. Ci sono altri “miti” da sfatare o questioni che invece ritiene essere trascurate?

Su alcuni singoli aspetti legati al concetto di sostenibile c’è stato sicuramente un eccesso di enfasi, come se questi potessero rappresentare la risposta a tutti i nostri problemi.  Per “salvare il clima” il Km0 non dovrebbe essere la vostra strategia primaria  senza prima considerare la vostra dieta generale e di sourcing. I dettagli contano: ad esempio un pomodoro coltivato ​​localmente può avere una notevole impronta di carbonio se coltivato fuori stagione in una serra riscaldata. Allo stesso modo l’agricoltura biologica può certamente essere d’aiuto all’ambiente grazie alla riduzione dell’uso di pesticidi e al conseguente miglioramento della salute del suolo. Esso, tuttavia, non migliora necessariamente la densità dei nutrienti presenti nel cibo: queste tecniche di coltivazione non sono state sviluppate per dare una risposta a livello nutritivo. Ci sono molti aspetti sui quali dobbiamo porre maggiore attenzione: l’etica della produzione alimentare, il benessere degli animali, la salute e il trattamento dei lavoratori. Temi che non vengono sempre affrontati nelle discussioni legate alla sostenibilità. Alcuni temi, come la pressione esercitata dall’agricoltura sulle risorse idriche – a livello di disponibilità e di qualità –  stanno comunque diventando sempre più significativi a livello mondiale.

È più costoso mangiare cibi sani e sostenibili?
Non deve esserlo. Naturalmente gli alimenti che hanno determinate caratteristiche come quella di essere a km0, bilogici, privi di OGM e commercializzati in maniera equa possono incidere sul costo finale per il consumatore, ma ci sono comunque molte scelte sostenibili e convenienti come ad esempio le verdure fresche che, oltre ad essere convenienti, possono rientrare in una strategia per rendere il pasto più sano e sostenibile. Il mercato si sta muovendo nella giusta direzione: gli extra-costi di alcuni cibi sostenibili – ad esempio il fatto di essere biologici – stanno diminuendo nel corso di questi anni.  Se da un lato cucinare alimenti non trasformati può essere più impegnativo, dall’altro può aiutare a ridurre i costi della spesa oltreché essere più nutriente. 

Può suggerirci quali sono gli elementi base per rendere più sostenibili i nostri pasti?

Per iniziare suggerirei di:

  • Informarsi bene sull’impatto ambientale derivante dagli alimenti che quaotidianamente consumate.

Il numero di strumenti o applicazioni dedicati ai consumatori cresce di giorno in giorno. Un esempio potrebbe essere il servizio fornito dalla guida pubblicata con cadenza annuale Shopper’s Guide to Pesticides in Produce: al suo interno, frutta e verdura esaminate vengono inserite, in base alla quantità o al tipo di pesticida utilizzato, nelle categorie “Dirty Dozen” e “Clean Fifteen”. Questo potrebbe essere un’ottimo metodo per conoscere i benefici derivanti dall’acquisto di prodotti biologici.

In Italia non esiste una guida simile a quella sopradescritta. Nel 2012 l’EFSA (Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare) ha pubblicato un rapporto in cui si si afferma che il 97% dei campioni alimentari analizzati conteneva residui di pesticidi nei limiti di legge ammessi dall’UE.

  • Ridurre la percentuale di calorie derivanti da proteine animali.

Non c’è per forza bisogno di diventare vegani, basta, semplicemente, ridurre le porzioni o, quantomeno, evitare il consumo di carne per qualche giorno della settimana.

  • Imparare a seguire la stagionalità dei prodotti.

Anche i prodotti a km 0 possono infatti vantare un consto energetico elevato, nonché  notevoli quantità di anidride carbonica immessa nell’ambiente. Meglio preferire un frutto di stagione ad un frutto che, seppur a km 0, è stato coltivato all’interno di serre riscaldate o conservato in celle frigorifere.

  • Informarsi bene anche sulla sostenibilità del pescato.

La pesca e l’allevamento intensivo degli ultimi decenni hanno gravemente danneggiato l’ecosistema di mari e laghi. Informarsi correttamente sulle specie di pesci e sulle modalità di pesca o allevamento da preferire fa la differenza. Potreste, per esempio, consultare la Seafood Guide del National Geographic o il portale web della NRDC.

In Italia i consumatori hanno a disposizione la Guida ai consumi ittici di Greenpeace, la guida Mangiamoli Giusti di Slow Food e il sito Mr GoodFish.

  • Ridurre il consumo di cibi lavorati.

In generale, questo potrebbe essere un’ottimo primo passo in direzione di una dieta sana, equilibrata e sostenibile, nonché in direzione di un consumo di frutta e verdura sempre crescente.

  • Per quanto riguarda i consigli alimentari, seguire soltanto fonti affidabili e sicure.

Basare cioè la propria ricerca su dati ed evidenze scientifiche: l’HSPH (Harvard School of Public Health) ne è, in questo senso, un esempio.

Come ad esempio Healthy Eating Plate, creato dall’HSPH con l’obiettivo di aiutare le persone a fare le migliori scelte possibili in fatto di alimentazione.

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Ci può dire, in poche parole, perché ciò che mangiamo è tanto importante?

Tutte le grandi industrie di oggi potrebbero, potenzialmente, diventare insostenibili. Il nostro sistema alimentare ricopre infatti una posizione importantissima, impiegando più di un miliardo di persone e toccando direttamente e concretamente la terra, l’acqua e il suolo dai quali tutti noi dipendiamo per vivere. Chi, tra noi, è tanto fortunato da poter scegliere quotidianamente cosa mangiare, può decidere di prediligere opzioni che siano di beneficio alla salute e, insieme, riducano “l’impronta collettiva” sull’ambiente. Non c’è alcun dubbio che, e la politica deve giocare una parte importante, sia necessario cambiare le nostre abitudini alimentari e di consumo.

Questo processo di cambiamento, necessario e salutare, inizia chiedendo: “Cosa c’è per cena?”

Articolo Originale  https://www.hsph.harvard.edu/nutritionsource/2015/06/12/talking-sustainability-with-dr-gary-adamkiewicz-part-1/